Fonte: militarywatchmagazine.com
Il personale del Servizio Aereo Speciale (SAS) britannico si rifiuta di rispondere alle domande di un’inchiesta pubblica sulle presunte uccisioni extragiudiziali avvenute durante le operazioni militari britanniche in Afghanistan, sollevando ulteriori interrogativi sulla condotta delle unità d’élite e sull’adeguatezza delle indagini precedenti. Il giudice Charles Haddon-Cave, presidente della Commissione d’inchiesta indipendente sull’Afghanistan, ha dichiarato il 12 ottobre che un’alta percentuale del personale contattato dagli inquirenti si è avvalsa del diritto di non autoincriminarsi. L’inchiesta sta esaminando le accuse di uccisioni extragiudiziali avvenute durante le operazioni tra il 2010 e il 2013, nonché le affermazioni secondo cui le prove di attività illegali sarebbero state occultate e le successive indagini della Polizia Militare Reale (RMP) inadeguate.
La scoperta di gravi crimini di guerra commessi dal personale della NATO in Afghanistan non è affatto senza precedenti. Nel 2020, il recente rapporto dell’inchiesta Brereton sull’Afghanistan ha rivelato che le forze speciali australiane avevano intenzionalmente preso di mira un gran numero di civili, compresi bambini, uccidendo in un caso 39 afghani, tra cui due ragazzi di 14 anni, tagliando loro la gola, insacchettando i corpi e gettandoli in un fiume. L’inchiesta ha rilevato che questa non era una pratica insolita, con il personale australiano spesso incaricato dai superiori di uccidere prigionieri per ottenere la prima uccisione – una pratica nota come “blooding”. “In genere, il comandante della pattuglia prendeva sotto controllo una persona e il membro più giovane, a cui veniva poi ordinato di ucciderla”, si legge nel rapporto, indicando che l’incidente riportato rappresentava parte di un fenomeno molto più ampio relativo alla condotta generale del personale australiano.
L’inchiesta australiana ha inoltre rilevato che le forze australiane trasportavano armi con l’intento di piazzarle sui civili afghani uccisi, al fine di evitare di essere ritenute responsabili di tali massacri. Il rapporto dell’inchiesta Brereton sull’Afghanistan ha evidenziato una “cultura dell’insabbiamento”, in base alla quale le accuse di atrocità venivano sistematicamente ignorate dagli ufficiali superiori. In particolare, è emerso che alcune settimane prima il personale australiano aveva sparato a un prigioniero afghano perché non c’era posto sui mezzi di trasporto. Le ultime indagini nel Regno Unito hanno portato alla luce una notevole quantità di materiale che apparentemente non era stato esaminato durante le indagini precedenti. Haddon-Cave ha rivelato che l’inchiesta ha acquisito circa 10.000 fotografie ad alta risoluzione scattate durante le operazioni di detenzione deliberata, che non sembravano essere state oggetto delle precedenti indagini della Polizia Reale del Regno Unito e che potrebbero fornire ulteriori prove sulle circostanze dei singoli incidenti.
L’ultima inchiesta britannica è stata avviata in seguito alle accuse secondo cui membri di un’unità SAS avrebbero ucciso 54 afghani in circostanze sospette durante una missione di sei mesi nella provincia di Helmand tra novembre 2010 e maggio 2011. Un’indagine più ampia sta esaminando presunte uccisioni illegali avvenute durante operazioni di detenzione deliberata condotte dalle forze speciali britanniche tra la metà del 2010 e la metà del 2013. L’inchiesta sta anche valutando se gli alti ufficiali fossero a conoscenza di preoccupazioni relative alle operazioni, se possibili condotte criminali siano state insabbiate e se le indagini della polizia militare siano state sufficientemente rigorose per accertare l’accaduto. Si tratta per ora di accuse oggetto di indagine, non di accertamenti di colpevolezza penale a carico di singoli membri del personale.
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